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mercoledì 12 gennaio 2011

Le aspettative di un ferrarista dopo la Waterloo d'Oriente


Sono passati quasi due mesi da quella domenica che per tutti i ferraristi verrà ricordata come il 5 Maggio, la Waterloo del Medio Oriente. Abu Dhabi perde ogni fascino futuristico (sulla spettacolarità del tracciato stendiamo un velo pietoso) e si trasforma nel capolinea di una stagione per certi versi straordinaria, per altri fallimentare. La Ferrari come (o peggio?) di Napoleone, bramante di vittoria, si condanna con le proprie mani, gettando al vento un Mondiale piloti ormai in tasca, nel peggiore dei modi possibile. Non a causa di un duello epico con gli avversari, dal quale si può sempre uscire sconfitti con onore, inchinandosi a chi ha prevalso. Bensì per un clamoroso errore di strategia "degno" di una squadra debuttante, per aver fatto la gara pensando esclusivamente a un diretto concorrente (Webber) peraltro mai sostenuto dal proprio team, la Red Bull, ben più propensa a favorire un giovane "rampollo" tedesco (Vettel), desideroso di succedere al trono di un altro imperatore prussiano dal passato glorioso e di ferrarista memoria, ma dal presente a tratti ridicolo e fuori luogo (Michael Schumacher).

La strategia, quella che tante battaglie ha fatto vincere nel corso della storia, anche in condizioni di netta inferiorità, tradisce un Alonso comunque eccezionale per un primo anno in rosso contrassegnato da vittorie, grande impegno e qualche evitabilissimo errore, ahimè. Un pit stop anticipato, il traffico, l'ansia e la clamorosa caduta nell'ultima gara dell'anno. Comincia la favola del campione del mondo Vettel, con Ecclestone a inebriarsi di una Formula Uno in cui, guarda caso, vince sempre un suo prediletto. E comincia anche il terremoto ferrarista che tanto fa rimpiangere i tempi passati. Ah quanto mancano Jean Todt e Ross Brawn. Un pragmatico in testa alla squadra e un geniale stratega al muretto dei box. Un team in perfetta sinergia, pochi errori e tanti trionfi, quasi a rendere ogni gara quasi scontata.

Di chi è la colpa? Di Domenicali, non in grado di gestire una squadra importante come la Ferrari. Di Chris Dyer, diretto responsabile della "tragica" sosta ai box. Dell'intero team, che sembra aver perso quella forza e quell'unione che spesso ha dato alla rossa quei "cavalli" in più per battere gli avversari. Qui però non siamo in tribunale. Poco conta chi ha sbagliato e chi no. I risultati, quelli sì che contano. E anche nel 2010 si è vista una Ferrari partita a spron battuto, ridimensionata già a partire dalla seconda gara e costretta a inseguire per mesi una Red Bull assolutamente superiore, ostacolata soltanto da una lotta interna che in più di un'occasione ha rischiato di compromettere la stagione. Nel 2011 a Maranello dovranno cambiare tante cose, perché dopo tre anni di cocenti sconfitte, non è più accettabile partire in ritardo, ripetere errori e ritrovarsi a rincorrere alla disperata, aumentando in maniera esponenziale il rischio di mandare all'aria ogni progetto di vittoria. Dubai come Waterloo, forse è giusto così: la vittoria di Vettel è il meritato premio per la macchina più competitiva del mondiale e per un giovane che, impulsività a parte, vincerà ancora in Formula Uno. Magari proprio in Ferrari, chi lo sa...

Samuele Sassu

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